Credo che questo articolo apparso su L'Avvenire ne '98, anche se un po' datato, descriva bene lo spirtito di Taize'
..da AVVENIRE di Mercoledi 30 Dicembre 98
IL CASO Raduna migliaia di persone, ma non le fa confluire in un proprio movimento Una proposta che non ingabbia.
E a molti piace proprio questo.
di Umberto Folena
MILANO. Segni particolari: nessuno. Una cosa colpisce chi è abituato a bazzicare convegni, meeting, assemblee e quant'altro l'immaginifico mondo cristiano sa organizzare in giro per il mondo. Alla Fiera non c'è un logo, un marchio, un segno di riconoscimento. Qualcuno porta al collo la "croce di Taizé", quella che assomiglia a una colomba. Ma piccola, piccolissima, quasi invisibile. Sembra nascondersi, per non disturbare. I taizeiani non ti sbattono in faccia il loro marchio di fabbrica. Se anche volessero, non potrebbero, perché non ce l'hanno. Segni generali: molti. La capacità di accogliere e non legare. Di proporre una preghiera esigente ma lasciando grande libertà. Non è un'associazione, non è un movimento. Non incasella, non chiede fedeltà cieche, non impone o propone gerarchie. Ma come fa un "qualcosa" di indefinibile a portare a Milano centomila giovanotti che non vanno in giro a tirar tardi, ma sono qui e pregano, si riuniscono in tanti circoli seduti sul cemento e comunicano la loro esperienza? "Cosa sarà?" canterebbe il cantautore. Cosa sarà che ti fa fare un giorno e una notte di viaggio, e mandar giù qualcosa in piedi? E cosa sarà che ti fa aprire le porte a giovani sconosciuti e a sera aspettarli perfino con impazienza? L'unica è sentire la loro voce. Cominciando dagli "irregolari", da chi è giovane fedele laico e basta. Come Paolo Fumagalli, universitario milanese, finito a Praga a 18 anni "per caso": "Di solito la parrocchia per Natale ci portava in montagna. Nel 1990 invece il prete ha la bella pensata di portarci all'incontro europeo. Ore di coda al freddo nella neve. Ma anche domande. Vedevo tanti giovani come me, e mi chiedevo: chi glielo fa fare? L'ho capito un paio di anni dopo, a Taizé. I frères non si preoccupano di darci subito le risposte. Ma le domande giuste sì. Non si atteggiano a maestri. Ma ci insegnano ad accogliere e a pregare". Dettaglio: Paolo è studente bocconiano: "E all'università in bacheca ogni tanto compare un avviso: vado a Taizé nel tal periodo, se volete ho posto in automobile". Insospettabile. Annamaria Marchi da Sernaglia della Battaglia (provincia di Treviso, diocesi di Vittorio Veneto) oggi è regolare. Regolarissima. Insegna religione alle medie, in parrocchia anima un "Gruppo della Parola", sta per licenziarsi in teologia pastorale a Padova. E il merito, udite udite, è dell'"irregolare" Taizé. "Ero credente. Diciamo tiepidina. Poi arrivano tre ragazze indiane a cui la parrocchia aveva pagato il viaggio. Io so l'inglese, mi ingaggiano. Le accompagno a Taizé. E ci rimango". Ci rimane un anno e mezzo, dopo aver lasciato un lavoro che non le piace. Prepara gli incontri di Budapest e Praga. Si iscrive alla Facoltà teologica "per approfondire quello che avevo scoperto, e imparare a comunicarlo bene agli altri". Un'altra milanese, Donata Micolitti, finisce a Taizé nel 1982. Ce la porta padre Livio Fonzaga, allora in parrocchia a San Giuseppe Calasanzio: "Mi colpì proprio il fatto che non fosse un movimento organizzato. Ci dicevano: tornate a casa e assumetevi là le vostre responsabilità". Che sia questo uno dei segreti? Massimo Moschetti è di Ospiate di Bollate, provincia di Milano: "A Taizé - spiega - fai l'esperienza della riconciliazione e della vicinanza con Dio. E sei invitato a portarla nella tua comunità". Filippo De Agostini è romano di San Frumenzio: "Taizé? Bello perché non rigido ma flessibile. Ti senti libero". Massimo Cavalli, milanese, sposato, bancario, due ospiti in casa: "Taizé riesce a entusiasmare sia il credente che non manca a un incontro in parrocchia, sia chi è pieno di dubbi. Chi trova le risposte giuste, chi le giuste domande". E allora, che cos'è Taizé? Non è un movimento, non è un'associazione... "È una collina. E non deve diventare qualcosa di diverso".
